
Il tuo Fantasy sembra una copia di Tolkien? Ecco il “metodo mediterraneo”
Hai passato mesi a disegnare mappe, inventare lingue e descrivere foreste nebbiose, ma quando rileggi le tue pagine senti che manca qualcosa. Sembra una “copia sbiadita” di un mondo che non ti appartiene. Ti senti intrappolato in un’estetica un po’ troppo… nordica. Molto affascinante, certo, ma sentita ormai migliaia di volte! Ma tu cerchi la tua identità di autore.
Come scrittore con oltre quarant’anni di scrittura alle spalle mi sento di dirti che… tadaaaa… esiste una via d’uscita! Non è necessario che tu rinuncia al fantastico, come magari a volte hai avuto l’impulso di fare, ma si tratta solo di cambiare radicalmente la lente attraverso cui lo guardi: la riscoperta delle radici del Fantasy Mediterraneo.
Il motivo per cui molti aspiranti scrittori falliscono, infatti, non è tanto la mancanza di fantasia, ma quella sorta di “soffitto” anglosassone contro il quale molti continuano a sbattere la testa. Troppi prevedibilissimi insegnanti di scrittura ci hanno insegnato che il Fantasy deve avere elfi, nani e climi continentali. Ma imitare Tolkien senza avere il retroterra culturale di Oxford è come cercare di catturare quel preciso bellissimo tramonto che abbiamo davanti… però bendati. È un tantino complicato, non trovi?

E allora ecco cosa ti dico: non cercare la Terra di Mezzo per riproporla nei tuoi romanzi (o qualunque altro scenario già conosciuto), ma scava sotto i tuoi piedi. Troverai antiche rovine e storie dimenticate pronte per essere riproposte attraverso la tua rielaborazione.
1. L’equivoco della “foresta nordica” e la colonizzazione dell’immaginario
L’errore più comune che compie un autore esordiente in Italia è quello di guardare fuori dalla finestra della propria stanza e vedere, idealmente, una foresta di abeti avvolta nella nebbia, anche se vive a due passi dal mare o tra le pietre assolate di un borgo medievale. Hanno colonizzato il nostro immaginario! Siamo stati nutriti per decenni da un’estetica specifica, quella anglosassone e continentale, dove il fantastico respira tra boschi infiniti, climi rigidi e folklore germanico. Ma per un autore che vive nel bacino del Mediterraneo, tentare di replicare quel modello significa spesso produrre una “copia sbiadita” di mondi che non gli appartengono visceralmente.
Nel mio video dedicato allo scrivere una saga fantasy, spiego come l’immaginario di massa sia stato colonizzato da un’estetica specifica: quella dei boschi infiniti, della nebbia e del folklore germanico.
La vera sfida, infatti, non è imitare Tolkien, ma capire il processo che ha portato Tolkien a creare la Terra di Mezzo: lui ha attinto al suo serbatoio personale, ovvero a quel serbatoio della sua memoria culturale e linguistica di professore di Oxford, che è esperto di lingue nordiche. Quando noi cerchiamo di scrivere di elfi e nani in scenari norreni, come ancora troppo spesso accade, stiamo usando ingredienti che non abbiamo mai assaggiato davvero. Il risultato è una narrazione che manca di quella densità ontologica tutta italiana che potrebbe tanto differenziarci dagli altri.
Il Fantasy Mediterraneo, al contrario, propone di tornare a guardare la luce cruda, il marmo, la polvere e il sangue della nostra terra. Invece di foreste nebbiose, possiamo immaginare regni che nascono tra le scogliere sferzate dal vento, città costruite su resti di civiltà classiche dove il mito non è un’eco lontana, ma una presenza tangibile. Scrivere di un cavaliere che soffre il caldo sotto un’armatura pesante o di una magia legata alla terra riarsa non diventa perciò una mera scelta estetica, ma un atto di onestà intellettuale che permette al lettore di percepire una verità che il modello nordico “preconfezionato” non potrà mai offrire a un autore del sud Europa.
2. Il Worldbuilding come Filosofia (Oltre la mappa)
Costruire un mondo non significa solo decidere dove stanno le montagne. Come analizzo nei video sulla creazione di antagonisti memorabili in modalità mediterranea, il vero worldbuilding è un’operazione filosofica.
Vedo un po’ troppo spesso scrittori e scrittrici alle prime armi pensare che fare worldbuilding significhi semplicemente disegnare una mappa stravagante e decidere i nomi delle locande. Tuttavia, come analizzo nel profondo della mia attività di consulenza, il worldbuilding è in realtà un’operazione filosofica e ontologica. Un mondo fantastico, oltre che essere “coerente”, deve anche avere un “perché” metafisico. Se guardiamo alle opere di giganti come Umberto Eco o Italo Calvino, notiamo che il loro fantastico non è mai gratuito: ogni elemento della realtà che descrivono risponde a una visione del mondo specifica. E così è stato per ogni grande autore del passato.
Costruire un mondo significa porsi domande radicali: qual è il rapporto dei tuoi popoli con il divino? Come si struttura il concetto di tempo? Nel modello mediterraneo, ad esempio, il tempo è spesso ciclico, legato alle stagioni e ai riti agricoli, molto diverso dal tempo lineare e teleologico di certe epopee nordiche. Se la tua magia è legata alla terra, la filosofia del tuo mondo potrebbe riflettere questo legame. Non puoi avere un sistema magico “accademico” in un mondo dove la natura è vista come una divinità capricciosa e violenta.
Il worldbuilding filosofico richiede che l’autore sia un “osservatore dell’invisibile”. Bisogna andare oltre la superficie e chiedersi in che modo la geografia influenzi la psicologia dei personaggi (concetto a dire il vero valido per ogni scrittore). Un popolo che vive in un’isola assolata avrà una percezione della morte e del destino radicalmente diversa da un popolo che vive nel permafrost nordico! Quando manca la profondità filosofica, il lettore lo sente in maniera viscerale, anche se magari non è in grado di dare un nome alla sensazione: sente, però, che il mondo nel quale si muovono i personaggi di cui legge è solo un fondale di cartone. Quando invece è presente, il mondo diventa un personaggio a sé stante, capace di influenzare ogni dialogo e ogni azione. Questa è la differenza tra un romanzo “passatempo” e un’opera che ambisce alla dignità letteraria. E io spingo sempre in questa direzione.

3. Cerchiamo un… “Ponte Pop”: da Stranger Things al correlato oggettivo
Per quale motivo serie come Stranger Things o i romanzi di Stephen King hanno un successo così universale? Non è solo per i mostri o per la costruzione che sorprende grazie agli “effetti speciali”, ma è soprattutto per la loro capacità di creare quello che chiamo un “Ponte Pop” tra elementi mitici universali e una nostalgia quotidiana e specifica. Questo è ciò che noi, come autori di Albero del Mistero, dobbiamo imparare a padroneggiare. Il concetto di correlato oggettivo, caro a T.S. Eliot, è la chiave: non devi limitarti a “dire” che un personaggio è triste, devi trovare un oggetto o una situazione che incarni quella tristezza in modo tale che il lettore la provi senza spiegazioni. In questo video ti spiego meglio questa faccenda, attraverso il suo grandissimo La Terra Desolata.
Nel Fantasy, il correlato oggettivo diventa lo strumento per rendere il fantastico credibile. Se vuoi parlare della paura dell’ignoto, non serve per forza inventare un nuovo mostro (ammesso e non concesso che se ne possano inventare di nuovi…), ma puoi usare un elemento della nostra tradizione—magari un rito popolare o un luogo specifico del nostro folklore—e caricarlo di un significato nuovo. Il “Ponte Pop” consiste nel prendere queste profondità mitiche (il “Deep”) e renderle accessibili attraverso un linguaggio moderno, ritmato e visivo (il “Pop”), magari rifacendosi a elementi della nostra attualità.
Il rischio per chi scrive fantasy “filosofico” o di “profondità” è quello di diventare troppo oscuro o accademico, perdendo il contatto con il lettore. Al contrario, chi scrive solo per il mercato rischia di restare in superficie. La via di mezzo è usare i codici della cultura pop per veicolare messaggi complessi.
Pensa a come la mitologia greca sia, essenzialmente, la base di ogni supereroe moderno. Noi possiamo fare lo stesso con il nostro materiale culturale mediterraneo: trasformare l’archetipo in un’icona pop senza sminuirne il valore. Questo approccio permette di creare storie che sono allo stesso tempo intrattenimento di alto livello e riflessione intellettuale, catturando un pubblico vasto ma esigente.
4. E poi, la Signora Tecnica: l’Archeologo vs. la Geometria
Nella progettazione narrativa, esistono due approcci principali: quello del “Geometra”, che pianifica ogni centimetro della storia prima di scriverla, e quello dell’Archeologo. Mentre il geometra costruisce dall’alto verso il basso, l’archeologo scava. A mio modo di vedere, lo scrittore di Albero del Mistero deve essere un archeologo della propria memoria culturale e del proprio “serbatoio”. Scrivere non significa “inventare dal nulla”, ma “scoprire ciò che è già lì”, sepolto sotto strati di influenze esterne.
Il metodo dell’archeologo si basa sulla scoperta organica. Inizi da un frammento — può essere un’immagine, un simbolo, un verso poetico — e scavi intorno a esso per vedere a cosa è collegato. Se trovi un vaso antico, non ti fermi al vaso: cerchi la casa, poi la strada, poi l’intera città. In termini narrativi, questo significa che una singola scena forte può rivelarti l’intero worldbuilding se sai come interrogarla. Questa tecnica è opposta alla “geometria” rigida delle scalette preimpostate che spesso soffocano la vita di un romanzo. Puoi capirne qualcosa di più, guardando questo video relativo all’operazione culturale fatta da Lord Dunsany.

Questo approccio è particolarmente adatto al Fantasy Mediterraneo perché la nostra terra è letteralmente stratificata. Sotto ogni città italiana c’è un’altra città, e sotto ancora un’altra. Mi viene in mente quando nella mia Verona, di tanto in tanto, scoprono un’antica strada romana ancora intatta mentre fanno gli scavi per creare una nuova strada moderna. La nostra scrittura deve riflettere questa stratificazione. Non si tratta di fare una lista di fatti, ma di lasciare che la storia emerga dai conflitti interiori dei personaggi e dalle tensioni del mondo che stiamo portando alla luce. La magia, in questo contesto, non può limitarsi a un insieme noioso di regole matematiche (il cosiddetto “hard magic system”), ma deve mostrarsi con quella sua forza tellurica, legata ai luoghi, ai nomi e al sangue, che la contraddistingue dalla magia troppo… anglosassone. Usare il metodo dell’archeologo significa, allora, accettare che la storia possa sorprenderti, che i personaggi possano ribellarsi e che il mistero rimanga tale, senza bisogno di spiegare ogni singolo meccanismo, preservando così quel senso di meraviglia che è l’anima stessa del genere fantastico.
In conclusione…
Scrivere fantasy oggi, specialmente in Italia, richiede coraggio: il coraggio di abbandonare i sentieri sicuri dell’imitazione per avventurarsi nel territorio inesplorato della propria identità culturale. Non siamo molti a farlo davvero, in Italia, ma la strada si fa sempre più ampia.
Se senti che la tua scrittura ha bisogno di questa “scossa” di autenticità, il mio consiglio è di iniziare dal controllo della tua attenzione. E se vuoi accedere a un efficace approfondimento tecnico, se vuoi smontare pezzo per pezzo la tua idea e ricostruirla con il metodo dell’archeologo, scopri i miei servizi di consulenza Exlibris o iscriviti al corso “Il Mistero della Scrittura”, anche tramite l’abbonamento di Accademia del Mistero.
Cosa ne pensi di questa visione? Preferisci la sicurezza della “foresta nordica” o sei pronto a scavare nel marmo del Fantasy Mediterraneo? Scrivimelo nei commenti!


