
Le sfide della scrittura: quando i personaggi crescono e la trama si inceppa
Voglio condividere con voi delle riflessioni dal laboratorio creativo di “Il deserto di Carcosa”.
Ogni scrittore che si rispetti ha vissuto quei momenti di crisi creativa in cui tutto sembra andare storto: i personaggi si comportano diversamente da come li avevi immaginati, la trama si arena in vicoli ciechi, e quella che sembrava un’idea brillante si trasforma in un groviglio inestricabile. Durante la stesura de “Il deserto di Carcosa”, ho affrontato diverse di queste sfide, ognuna delle quali mi ha insegnato qualcosa di prezioso sul mestiere della scrittura.
Il dilemma della voce narrativa: quando Matilde ha preso il controllo
Una delle sfide più significative è emersa già dal primo capitolo. Inizialmente avevo concepito la storia come una narrazione tradizionale in terza persona, ma qualcosa non funzionava. I dialoghi sembravano artificiali, le descrizioni mancavano di quella intimità emotiva che sentivo necessaria per coinvolgere il lettore nell’esperienza di crescita dei protagonisti.
È stato durante una sessione di revisione particolarmente frustrante che ho sentito la voce di Matilde emergere dalle pagine. Non la Matilde bambina di dieci anni, ma la Matilde adulta che ricorda e racconta. Improvvisamente, tutto ha acquisito una nuova dimensione: non stavo più scrivendo una semplice storia di formazione, ma i ricordi di una donna che guarda indietro a un momento cruciale della sua vita.
La soluzione adottata: ho abbracciato questa rivelazione, permettendo a Matilde di diventare la narratrice nascosta della storia. Questo ha risolto il problema della voce narrativa e ha aggiunto un livello di complessità psicologica che arricchisce l’intera narrazione. Il lettore percepisce gradualmente la presenza di questa voce adulta che filtra e interpreta gli eventi, creando un effetto di stratificazione temporale che conferisce profondità al racconto.
Virginia: dal personaggio “opaco” al cuore della storia
Virginia rappresentava una sfida di caratterizzazione completamente diversa. Nei primi capitoli, ma direi quasi nell’intera prima stesura, appariva come un personaggio bidimensionale, definita principalmente dalla sua relazione con Marco e descritta come “opaca” e distaccata. Era funzionale alla trama, ma mancava di quella scintilla che rende un personaggio memorabile.
Il problema era che la vedevo come gli altri la vedevano, non come lei vedeva se stessa. Stavo commettendo l’errore di lasciare che la percezione degli altri personaggi definisse completamente la sua identità narrativa.
La svolta: ho dedicato tempo a esplorare la sua psicologia attraverso la teoria di McKee sui desideri consci e inconsci. Virginia desidera consciamente mantenere una relazione stabile con Marco ed essere accettata dal gruppo, ma inconsciamente cerca un senso di appartenenza più profondo e un controllo sulla propria vita. La sua “opacità” è diventata così la sua forza: l’abilità di passare inosservata, di essere sottovalutata, di raccogliere informazioni e intuizioni che sfuggono agli altri.
Questa rivelazione ha trasformato Virginia da personaggio di supporto a figura chiave nella lotta contro il “lupo nel cielo”, rendendola indispensabile per il climax della storia.
L’equilibrio tra realtà e soprannaturale: il problema di Carcosa
Una delle sfide più complesse è stata mantenere l’equilibrio tra gli elementi realistici della storia – le dinamiche familiari, l’amicizia, la crescita – e gli aspetti fantastici legati al mondo di Carcosa. Unire questi due elementi è sempre uno degli aspetti che più mi emoziona della mia scrittura e riuscirci è di solito il mio obiettivo principale. Il rischio, però, era di cadere in due trappole opposte: rendere il soprannaturale così sottile da risultare insignificante, o così invadente da sopraffare la componente umana della storia.
Il metodo che ho sviluppato: ho creato dei “punti di ancoraggio emotivo”. Ogni elemento soprannaturale deve essere legato a una verità emotiva o psicologica dei personaggi. In fin dei conti, il “lupo nel cielo” non è solo una minaccia esterna, ma rappresenta le paure specifiche di ogni protagonista: per Stefano la perdita dell’innocenza, per Marco il senso di non appartenenza, per Nadia il dolore della perdita.
Questo approccio mi ha permesso di utilizzare il fantastico come amplificatore delle tensioni reali, anziché come fuga dalla realtà.
La gestione dei flashback: quando il tempo narrativo si ribella
Il capitolo dedicato a Giovanni e al suo risveglio dal coma mi ha posto davanti a una sfida tecnica complessa: come gestire i flashback e i cambi di prospettiva senza confondere il lettore? Oltretutto, la sezione relativa a Giovanni apparteneva in origine a un altro romanzo abortito. Perciò, come inserirla all’interno di questa storia senza che risultasse in qualche modo “estranea” a essa? La struttura ottenuta inizialmente da questa fusione era caotica, con salti temporali che interrompevano il flusso narrativo invece di arricchirlo.
La soluzione strutturale: ho applicato quello che possiamo considerare una sorta di “principio del filo di Arianna”: ogni flashback deve essere motivato da un elemento del presente e deve portare a una rivelazione che influenza il presente. Non è sufficiente che un ricordo sia interessante; deve essere necessario per la comprensione del momento attuale. Se non lo è, va accuratamente scartato, anche se con dolore.
Ho anche imparato l’importanza dei “segnali temporali sottili”: piccoli dettagli che aiutano il lettore a orientarsi nel tempo senza interrompere il flusso narrativo con didascalie esplicite.
L’arte della pazienza creativa
La lezione più importante che ho imparato durante la stesura de “Il deserto di Carcosa” è che alcuni problemi narrativi non possono essere risolti a forza. A volte la soluzione emerge solo quando smetti di cercarla attivamente e permetti alla storia di “respirare”.
Quando mi sono bloccato con la caratterizzazione di Yaheya, invece di forzare una soluzione immediata, ho scritto scene esplorative basate sulla conoscenza dei bambini e dei ragazzini magrebini accumulata nei miei anni di insegnamento nel mondo della scuola (dove ho passato ben 19 giri del sole della mia vita!), scene che non erano destinate a finire nel romanzo finale. Attraverso questi esercizi ho scoperto la sua passione per la strategia e il suo ruolo di analizzatore all’interno del gruppo, e il suo legame con leggende ancestrali che sono lontane o diverse da quelle diffuse in Italia. Uno degli elementi “mediterranei” (che tanto amo) che si sono rivelati cruciali per l’equilibrio delle dinamiche narrative.
Per concludere: abbraccia l’imperfezione produttiva!
“Il deserto di Carcosa” mi ha insegnato che la scrittura è un processo di scoperta continua, sia per il lettore che per l’autore. Le sfide creative non sono ostacoli da superare, ma opportunità per approfondire la comprensione della storia che stiamo raccontando. Ogni momento di crisi creativa contiene in sé il potenziale per una rivelazione che può trasformare radicalmente l’opera. L’importante è sviluppare la pazienza e gli strumenti per riconoscere quando una difficoltà sta indicando la strada verso una soluzione migliore o verso un vicolo cieco.
Il perfezionismo, che spesso considero una virtù nella fase di editing, durante la prima stesura può diventare un nemico. È anche una delle lezioni iniziali principali del corso Il Mistero della Scrittura. Ho imparato ad abbracciare quello che chiamo “l’imperfezione produttiva”: scrivere scene che so di dover riscrivere, esplorare personaggi che potrebbero non esistere nella versione finale, seguire tangenti narrative che potrebbero rivelarsi vicoli ciechi. Perché è proprio in questa esplorazione apparentemente “sprecata” che spesso si nascondono le scoperte più preziose.
“Il deserto di Carcosa” continua a crescere e a sorprendermi, capitolo dopo capitolo. E forse è proprio questa la magia della scrittura: non stiamo solo creando una storia, stiamo permettendo a una storia di creare se stessa attraverso di noi.


